Emilio Sanchez due anni dopo, nell’accogliente atmosfera della VTT di Lagnasco, presso il Tennistadium, per un incontro speciale con i ragazzi della Scuola Tennis, i genitori, i tecnici e i massimi dirigenti della struttura, Duccio Castellano ed Enrico Gramaglia. L’ex numero 7 del mondo in singolare e numero 1 del ranking in doppio (cinque titoli Slam vinti in tale veste) si è aperto alla platea raccontando sia aneddoti personali che disquisendo di cosa significhi oggi intraprendere il percorso di sportivi e nello specifico tennisti.
Stella Polare
La premessa è fondamentale: «Alla base deve esserci la passione per questo sport - ha detto - che ho sempre avuto e la consapevolezza che si cresce e si migliora anche e soprattutto metabolizzando le sconfitte. In carriera ho giocato oltre 700 partite da professionista e ne ho perse circa 300. A 15 anni la Federazione spagnola mi ha messo da parte e mi sono allenato anche contro il muro. La stagione dopo ho vinto tutto. Sia da ragazzo che da professionista non ho mai saltato un allenamento. Tradotto, si impara più dalle sconfitte che dai successi». Dalla platea dei ragazzi, in silenzio quasi “religioso”, si è levata una considerazione: “Sinner vince sempre, però, il 99% delle volte”. «Anche lui è cresciuto partendo proprio dalle sconfitte e mettendo come priorità il miglioramento continuo, in ogni momento. Negli allenamenti, in partita, nella gestione dei momenti e di tutto quanto si lega oggi alla figura del grande campione». Ora, si sa, il numero 1 del mondo è ai box dallo scorso 12 luglio. Sanchez non può entrare nei dettagli, ma la considerazione di fondo è chiara: «Penso che a Wimbledon, con alcuni movimenti del ginocchio diciamo pericolosi, abbia infiammato la parte tendinea. La decisione di fermarsi per capire la strada migliore per recuperare pienamente ritengo sia alla fine quella più giusta».
La risposta di Emilio Sanchez
Qualcuno dice che oggi si gioca troppo e che gli infortuni generalizzati sono la conseguenza di questi ritmi. Emilio Sanchez ha risposto in controtendenza, motivando il suo pensiero: «Ai miei tempi si arrivava al Roland Garros dopo settimane intense e consecutive a Roma e Madrid. Si giocava per dodici giorni senza sosta e il corpo del giocatore era agonisticamente allenatissimo. Oggi il problema è a mio parere nei Masters 1000 che durano dieci giorni, con soste intermedie. Nei giorni off ci si allena ma non si forza. E’ un tira e molla che a mio parere non fa bene a nessuno». Zverev sarà il numero 1 a fine stagione: «Ovvio che è stato bravo a sfruttare i problemi che hanno avuto prima Alcaraz e poi Sinner. Però se lo merita, perché è sempre stato il primo ad arrivare agli allenamenti e l’ultimo ad andarsene. E’ molto progredito al servizio e questo oggi fa la differenza, e ha imparato a giocare pure il diritto lungolinea. Anche a rete non è più uno sprovveduto, pertanto merita quanto ottenuto in stagione e otterrà».
L'elogio a Rafa Jodar
Un suo connazionale, Rafa Jodar, sta bruciando le tappe: «E’ giovane ma ha tutto per stare al vertice, in più un padre che lo segue nella preparazione atletica, cosa a mio parere fondamentale». Si parla spesso di sacrificio e attitudine ad affrontarlo da parte dei giovani: «Non parlerei di sacrificio – ha detto il 15 volte vincitore di tornei di singolare nel massimo circuito – perché giocare a tennis a mio parere non prevede questo termine. Ovvio che bisogna impegnarsi ma se si fa ciò che piace, e per sé stessi prima di tutto, non dobbiamo confondere le cose».