Se ne andava 59 anni fa, a 24 anni, tragicamente, colpito da due automobili mentre attraversava corso Re Umberto a Torino, scaraventato a tradimento contro la notte e la morte. E le sue ali si chiudevano così, ali di talento purissimo, le ali della Farfalla Granata. Il calciatore artista, Luigi Meroni, Luigino per la famiglia e gli amici cari, Gigi per tutti nel mondo del calcio e nel ricordo comune, ieri come oggi, negli Anni 60 come adesso. Ala destra dai dribbling come arabeschi, funambolo del Como, poi del Genoa, infine del Torino, nazionale azzurro, pittore, disegnatore, personaggio anticonformista, coerente anche nel suo combattere i pregiudizi, campione, giocatore straordinario, ragazzo buono e generoso, estroso, imprevedibile in campo e nella vita. Amato sempre, come se non se ne fosse mai andato. Studiato, invocato e ammirato anche da chi non lo ha mai conosciuto, anche dai ragazzi di oggi, non solo nella sua Como, città natale, o a Genova, o a Torino e nel mondo granata senza confini. Oggi, nell’anniversario della sua morte (15 ottobre 1967, dopo un Torino-Sampdoria che l’aveva visto ancora una volta librarsi in campo), ci piace ricordarlo (per gentile concessione dell’editore Carlo Pozzoni) pubblicando alcuni stralci di uno splendido libro dedicato alla Farfalla, “Gigi Meroni - Una vita a tutto campo”, di Pierluigi Comerio. Il volume, che presenta anche numerose, bellissime fotografie, raccoglie un ampio ventaglio di testimonianze innanzi tutto di persone che ben lo hanno conosciuto, celebri e non. È uno dei fiori dell’editoria che sono stati dedicati a Meroni.
"Questo era il vero Luigino"
E se del calciatore molto si sa, diffusamente, ci pare una volta di più dolce, oggi, ascoltare alcuni ricordi della sorella Maria, dedicati in particolare al loro rapporto: “Luigino aveva una dote speciale: ottenere tutto con un sorriso. Non cercava scorciatoie perché non ne aveva bisogno (...). Lui era il mio complice al quale affidavo il compito di proteggermi e aiutarmi nella mia crescita ed io ero la sua principale amica, la sorellina con cui confidarsi nei momenti felici e in quelli difficili (...), quando il calcio lo assorbiva completamente e anche quando la sua vita privata esplodeva dentro di lui come un vulcano in eruzione”. E ancora: “La complicità fra noi era assoluta, capivo le sue stravaganze e le accettavo, anzi a volte mi coinvolgeva facendomi diventare sua complice. Come quando si vestiva in modo eccentrico apposta e mi diceva: “Tu stai dietro di me qualche metro, così ascolti i commenti che la gente fa e poi mi racconti cosa hanno detto”. Che risate ci facevamo!”. Ed “era generoso e non solo con noi” in famiglia. “Questo era il vero Luigino, quello che si faceva in quattro per gli amici e non solo. Dopo la disgrazia abbiamo saputo che a Torino pagava l’affitto a diverse persone in difficoltà che si rivolgevano a lui sicure di trovare una porta sempre aperta”.
"Era già un campione a 17 anni"
Nel libro compare anche la testimonianza di un suo amico caro, Graziano Brenna, imprenditore della seta, un anno fa promotore a Como, proprio in collaborazione con Maria Meroni, di una bella mostra dedicata a Gigi artista, stilista di moda. Erano amici fin da ragazzini nell’oratorio di San Bartolomeo, poi entrambi giocarono nel vivaio del Como, in formazioni diverse per ragioni di età: “Lui quasi subito in prima squadra, io a sgomitare fra i giovani con orgoglio e tanta volontà; lui alla destra funambolica, io stopper granitico”. E “lui era già un campione ai 17 anni”. Ed “era insuperabile in ogni cosa che faceva”. Poi “la morte di mio fratello Roberto, avvenuta nel maggio 1967, pochi mesi prima della tragedia di Torino in cui lui perse la vita”. E “Roberto e Luigino erano molto amici”. Le madri, Marusca e Rosa, si conobbero “in circostanze così drammatiche e da quei terribili momenti sbocciò un’amicizia intensa e sincera durata poi per tutta la vita. Si facevano coraggio a vicenda come solo due mamme sanno fare”.