Radice, il calcio totale del suo Toro rivoluzionario

© AG ALDO LIVERANI SAS

TORINO - Nei trentun anni della sua carriera, Gigi Radice ha guidato 12 squadre: Monza (tre volte), Treviso, Cesena, Fiorentina (due volte), Cagliari (due volte), Torino (due volte), Bologna (due volte), Milan, Bari, Inter, Roma e Genoa. Lo scudetto ’76 del Toro (45 punti rispetto ai 43 della Juve) e il secondo posto del ’77 (50 punti rispetto ai 51 della Juve) sono stati il manifesto del tecnico di Cesano Maderno. Il manifesto del suo calcio rivoluzionario, trapiantato nell’Italia del catenaccio e del contropiede negli anni della Grande Olanda e del Grande Ajax. Radice, fulminato dagli Arancioni durante il Mondiale del ’74, non ha copiato, ma ha modificato quella spettacolare concezione di calcio, adattandola ai granata, alle loro caratteristiche, alla loro carica agonistica. I giocatori gli hanno risposto in modo eccezionale e basta leggere in queste pagine le righe di Paolo Pulici per capire che cosa sia stato Radice per il Toro e il Toro per Radice. Ventisette anni dopo Superga, i granata hanno firmato un’impresa consegnata alla storia della Serie A.

Rovistando negli archivi della memoria, ho ritrovato la spiegazione di Gigi: «Il calcio moderno è un gioco d’équipe, i meriti e le colpe vanno divisi in parti uguali. L’allenatore ha un compito importante durante la preparazione alla partita più che sul campo. La domenica capita due o tre volte l’anno di decidere il risultato con la tattica; di solito, ci si limita a raccogliere i frutti di come si è lavorato durante la settimana. L’allenatore deve scegliere, tenere uniti i giocatori, capirli. I protagonisti restano sempre i giocatori. A decidere le partite sono sempre loro. E, per questo, dico che lo scudetto l’hanno conquistato prima di tutto i giocatori del Torino». L’umiltà è la virtù dei forti. E fortissimo era quel Toro capace di un pressing asfissiante, con i raddoppi di marcatura, Salvadori che volava sulle fasce mentre Santin stava più in copertura e Caporale era il primo costruttore di gioco, al punto da guadagnarsi l’impegnativo soprannome di Caporalbauer.

E ancora: la fenomenale coppia d’attacco Graziani- Pulici, la genialità di Claudio Sala, le geometrie di Pecci. Con rispetto parlando per il Grande Milan di Arrigo Sacchi, dodici anni prima dell’epifania rossonera c’è stato il Toro tremendo e granatista che, in quell’indimenticabile ’76, ha imposto il suo gioco e la sua forza. La forza di Graziani mai fermo in area, ma pronto a rinculare a centrocampo per aiutare Patrizio Sala e i suoi sette polmoni; Zaccarelli che ordinava i tempi della manovra scanditi da Pecci. Una meraviglia di squadra, comandata dal quarantenne brianzolo che si ispirava a Rinus Michels e nutriva grande rispetto per i rivali bianconeri, totalmente ricambiato. Anche da chi li guida oggi. Si dice: non limitare le tue sfide, sfida i tuoi limiti. Radice l’ha fatto.

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