Torino, attacco bollente: tutte le sfide di Mazzari

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Dualismo Iago-Zaza. I casi Ljajic e Niang, il tecnico è chiamato a compiti delicati

TORINO - La partita più importante che dovrà vincere il Toro (Mazzarri e la società) per essere competitivo non è in campo, ma nello spogliatoio, giorno dopo giorno: nella gestione del gruppo, quanto a unità ed equilibri interni, e del reparto offensivo in particolare. L’attacco è bollente perché è elefantiaco e presenta già casi e spine. Mazzarri ha esperienza da vendere e sa come gestire tanto i campioni come le fighette. Ma se la rosa nel suo complesso e i singoli giocatori nel particolare si ridurranno ad anteporre il proprio tornaconto, le invidie e l’indifferenza alle necessità del gruppo, mineranno in modo pericolosissimo le potenzialità di tutto il Torino. Se la squadra, contro la Roma, ha mostrato una solidità e una quadratura tattica solo elogiabile, e pure un gioco in crescendo con molte occasioni da gol e un chiaro predominio nel secondo tempo, è perché Mazzarri fin da Bormio ha lavorato su un gruppo ben definito di giocatori, senza distrazioni, improvvisazioni, equivoci. Le vere, grandi problematiche, ora, non sono certo Parigini o Edera (che hanno talento ma rischiano di vederla pochissimo fino a gennaio, quando potranno partire per un prestito “formativo”), piuttosto che il baby Damascan o Aramu. L’attacco è illogicamente sovradimensionato nei numeri per il 3-5-2 mazzarriano, che ha in Belotti, ovvio, il pivot di riferimento.

Niang è ai margini da settimane. Il Toro sta continuando a offrirlo in Francia, Spagna, Russia e Germania (mercati aperti fino al 31), ma lui guarda quasi esclusivamente al ritorno nella Ligue 1 e finora Cairo ha detto no a prestiti senza obbligo di riscatto a più di 12 milioni (è costato 14). Il Nizza è evaporato, restano in piedi le piste Marsiglia, Bordeaux, Monaco, sullo sfondo c’è il Leganes in Spagna, ma la sensazione è che Niang non partirà, se in extremis il Torino non si dimostrerà disponibile al prestito con diritto (e non obbligo) di acquisto. Di sicuro di qui al 31 Petrachi aumenterà le pressioni sul giocatore affinché collabori per andarsene.

Poi c’è Ljajic, altro esubero per scelta non solo mazzarriana, ma anche societaria. I suoi atteggiamenti avevano già stufato Mihajlovic e la dirigenza un anno fa. Non è uno stakanovista in allenamento, non è un esempio di umiltà e spirito di sacrificio e ha già creato più di una turbativa nello spogliatoio. Sì, è vero, è uno dei giocatori più di classe ed estrosi deToro, ha dalla sua un bel pezzo di tifoseria e ti fa vincere qualche partita: ma gioca in media mezzo campionato a stagione e negli anni ha fatto perdere la calma o il senno a parecchi allenatori, ds, presidenti (e compagni). E’ così da anni, all’Inter o alla Roma piuttosto che al Toro o alla Fiorentina. E’ costato una decina di milioni. E come Niang ha pure uno stipendio pesante: ben oltre 3 milioni lordi a stagione. E per entrambi il 3-5-2 non è certo il modulo più congeniale. Adesso si registra l’interessamento dello Schalke 04, per il serbo: antenne dritte e dirigenza eccitatissima.

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