Andrea il grande, tutto suo padre 

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La normalità che diventra straordinarietà è stata l'obiettivo esistenziale di questo ramo della famiglia Agnelli ed è stato lui, presidente davvero juventino, a stigmatizzare l'eleganza dei modi che distinguerebbe i bianconeri e la capacità di perdere con nonchalance: «Lo stile della Juventus è vincere»

TORINO - Non ci pensa mai nessuno, ma la maglia bianconera è l’unica che non consenta di immaginare sfumature. Andrea Agnelli somiglia nel temperamento e nello stile ai colori della Juventus, di cui è presidente dal 29 aprile del 2010. Scelte secche. Si espone al giudizio altrui, non stinge la realtà con le battute. In questo è molto più juventino, nell’intimo, dello zio Gianni. L’Avvocato capiva di calcio parecchio, ma non lo intendeva come duro lavoro, passione sanguinosa, lo distraeva, nulla di più. Mescolava con distacco serio e faceto, pinturicchiava volentieri questo o quel giocatore, poi spariva con il suo elicottero sullo yacht tuffandosi con il pisello all’aria, sempre accompagnato dalla fama della sua ironia che a me è sempre parsa sopravvalutata. Andrea non è così. Sin dalla prima giovinezza. Coinvolgimento emotivo e applicazione severa, mai esibiti, serbati con discrezione dietro le sue folte sopracciglia. Ha smitizzato l’eleganza dei modi, l’educazione nei comportamenti che distinguerebbero l’équipe torinese. Insomma la capacità di perdere con nonchalance. Ha detto a proposito di stile Juventus: «Lo stile della Juventus è vincere». Insomma sono i bulloni della Fiat, i mattoni per tirar su uno stadio nuovo, la gioia di un bel gol in un blocco dove le cose funzionano insieme, con la medesima serietà nella moralità, nell’estetica e nei risultati. In tutto, Andrea è figlio di suo padre Umberto. Il quale - non ho mai avuto remore a dichiararlo, avendone sperimentato l’intelligenza e la classe - è stato tenuto un po’ ai margini dell’impero, un numero 2 ingiustamente compresso in ruoli minori. Appena gli equilibri di quella complicata genealogia gli hanno dato modo di esercitare il suo talento, si sono visti i risultati. È stato Umberto a risollevare clamorosamente la Juventus investendo in particolare sulla capacità manageriale di Antonio Giraudo e sulla competenza strabiliante nel giudicare i giocatori di Luciano Moggi, che li valutava in base ai piedi, i quali non vanno mai esaminati a prescindere dalla testa e da quegli attrezzi che Gianni Brera chiamava “bargigli”. (...)

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