Juve, papà Mandzukic: «Mario e Ronaldo, nati per vincere»

© Marco Canoniero

Mato racconta: «Fu duro lasciare la nostra città per la guerra, ma in Germania notarono il suo talento»

TORINO - Le idee di Mario Mandzukic sono sempre state chiare. Papà Mato sorride e scuote la testa: certo, visto da quest’angolo del 2018 che ha consacrato il figlio come eroe calcistico nazionale, è tutto più comprensibile. Ma quando il piccolo Mario diceva con una fermezza che non prevedeva negoziazione: «Diventerò un calciatore», allora perfino Mato, che calciatore professionista lo era, aveva qualche dubbio. Spiega: «Sapete com’è, no? Uno su un milione ce la fa. E poi quando Mario era un bambino e sosteneva, tutto serio, che da grande avrebbe fatto il giocatore, in famiglia non lo prendevamo troppo sul serio. Sbagliavamo, lui aveva un programma di vita chiarissimo, fin dall’inizio. Eravamo noi che non avevamo realizzato quanto fosse convinto». Determinato e con la capacità di focalizzare il suo obiettivo, Mario non ha mai avuto un vero piano B: «A scuola andava volentieri, ma non era certo il primo della classe. Se la cavava e alla fine ha preso il suo diploma per fare il piastrellista o il decoratore. Probabilmente se qualcosa fosse andata storta nella vita, sarebbe stato un onesto lavoratore e avrebbe vissuto qui a Slavonski Brod».

FEELING CON RONALDO - A fare andare dritto il destino ci ha pensato anche Ivan Cvjetkovic, l’agente di Mandzukic e amico del padre, contro il quale aveva spesso giocato, Mato era lo stopper del Marsonia e lui vestiva la maglia della Dinamo Zagabria. Tutti lo conoscevano come Tarzan per il fisico possente, da centravanti di sfondamento, e con quel piglio ha pilotato la carriera di Mario, quasi come un secondo padre, seguendolo da quando Mario aveva 17 anni. E oggi continua ad ammirarne lo spirito: «E’ un vincente. Non conosce altro obiettivo che il successo. Non mi stupisce che abbia trovato subito un feeling con Cristiano Ronaldo, che per altro ammirava molto anche prima di diventarne compagno. Quei due sono accumunati da una mostruosa voglia di vincere che li spinge sempre a superare i propri limiti», roba da campioni insomma, questione di DNA. Il migliore amico di Mario, Antonio Krajinovic annuisce: ne sa qualcosa. Si conoscono da quando hanno entrambi nove anni e hanno condiviso il sogno di diventare calciatori. Oggi Antonio è un ingegnere, ma resta una delle persone alle quali Mario è più legato: «Non ha importanza cosa stai facendo con lui. Puoi giocare a ping pong, a carte, andare a pescare e avrai un’unica certezza: Mario vuole vincere. E di solito ci riesce. Se gioca a pallone la cosa si fa anche più seria: di recente abbiamo disputato una partita fra amici, qui a Slovanski Brod, lo marcavo e mi sono preso una botta micidiale da parte sua. Finita la partita siamo usciti come al solito e per lui era assoluta mente normale: voglio dire, in campo non riconosce nemmeno i suoi amici più cari».

LA GUERRA - Ride Antonio: «Prima vince, poi ti abbraccia come un fratello. Era così a nove anni e vent’anni dopo non è cambiato: in campo si combatte e basta». A nove anni, Mario, era appena tornato a vivere a Slavonski Brod, che aveva lasciato tre anni prima, nel 1992. In quel periodo la piccola cittadina viene bombardata dalle granate della guerra della ex Jugoslavia, così nella colonna sonora dell’infanzia di Manduzkic ci sono anche tante sirene che avvisano dell’imminente attacco. Gli obici serbi posti al di là del fiume Sava riescono a raggiungere alcune zone della città e perfino il campo della Marsonia, la squadra dove gioca papà Mato, che sta proprio a un passo dal confine con la Bosnia. «La guerra è diventata una sinistra compagna di viaggio di un’intera generazione e la forza caratteriale di Mario va cercata anche lì, in quei pomeriggi squarciati dalla sirene, dalle esplosioni, dalla consapevolezza di rischiare la vita e che, nel resto del tuo Paese, impazza la follia più truce. Di cosa puoi avere paura quando vivi certe cose da bambino?», riflette con un pizzico di amarezza il suo agente Cvjetkovic. Papa Mato annuisce, silenzioso. Tira una boccata dalla sigaretta elettronica, poi dice quasi sottovoce: «Qui la guerra è stata soprattutto una questione di bombardamenti. Per certi versi possiamo dirci fortunati, non abbiamo avuto combattimenti sul nostro terrritorio, in qualche modo ci siamo risparmiati una parte delle atrocità, ma naturalmente avevo paura per la mia famiglia. E’ stata una decisione difficile strappare i miei cari dal posto dove erano nati e cresciuti, per portarli oltretutto in un’altra nazione, con una lingua da imparare, ma a un certo punto ho capito che era meglio così. E quando si è presentata l’occasione per andare in Germania l’ho presa al volo». 

IN GERMANIA - Mato viene ingaggiato dal Tsf Ditzingen, che gioca nella Oberliga Baden-Württemberg, una sorta di terza serie tedesca a livello regionale. Lo stipendio non è quello di Cristiano Ronaldo, ma può permettersi di trasferire la sua famiglia in un posto più sicuro e, come ogni padre farebbe, Mato chiama tutti nella cittadina vicino a Stoccarda un paio di mesi dopo esservi installato. Mario ha sei anni ed è già malato di pallone. «Giocava sempre e ovunque. Non c’era un momento in cui non avesse un pallone fra i piedi. Ogni tanto lo portavo agli allenamenti e lui mi aspettava giocando con altri bambini in un campetto vicino, così lo potevo tenere d’occhio». Non è l’unico a farlo: «Un giorno mi si avvicina uno degli allenatori delle giovanili del Ditzingen e mi chiede: è tuo figlio quello lì? Io rispondo: sì, ha combinato qualche guaio? E quello: no anzi, vorrei che si allenasse con i nostri ragazzi, per me ha dei numeri». E così, insieme al tedesco, Mario impara anche il calcio nel Paese che gli rimarrà sempre nel cuore e nel quale il destino lo riporterà più avanti. «La Germania è sempre stata importante per lui, anche se adesso mi parla dell’Italia e di Torino in particolare come un innamorato. Credo che si trovi molto bene nel vostro Paese e in particolare nella vostra città, riesce a vivere con la riservatezza che gli piace tanto e che difende in tutti i modi», svela Cvjetkovic. Papà Mato sorride: «Quando ci invita andiamo sempre volentieri. Mi piace Torino e mi piace tantissimo lo Stadium. E’ davvero eccezionale ed è bellissimo vedere mio figlio giocare lì».

ORGOGLIO - Si emoziona sempre, anche adesso. Anzi ultimamente pure di più: «I mondiali mi hanno fatto davvero male», ridacchia. «Pressione altissima e mal di stomaco: è stata durissima. Ovviamente ne è valsa la pena. Non so esprimervi l’orgoglio che ho provato per quello che ha fatto mio figlio. E quando è tornato qui a Slavonski Brod non potevo credere ai miei occhi: mai vista tanta gente tutta insieme. Ed erano tutti per lui: quel giorno sono stato il padre più orgoglioso del mondo, senza dubbio alcuno». E mentre circa centomila persone acclamavano suo figlio, ha ripensato al piccolo Mario, quello che era felice solo se poteva correre come un matto (e andava dannatamente forte già allora) dietro la palla. «E’ sempre stato un bambino allegro, anche se sempre serissimo se si trattava di giocare a pallone», ricorda il padre: «Non aveva un suo idolo, anche se guardava molte partite in tv. Più avanti era sempre colpito dalla personalità di Ibrahimovic, ma non ha mai avuto un poster di qualche calciatore. Andava matto per i videogiochi, ne aveva sempre uno in tasca». SuperMario, all’epoca, non era ancora il suo soprannome, solo il titolo del videogame preferito, ma anche con gli omini in tuta blu, il piccolo Mandzukic aveva un unico obiettivo: vincere.

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