Pagina 2 | Acerbi e il razzismo: "Allora condanniamo anche gli insulti ai serbi..."

Il caso Acerbi-Juan Jesus ha scatenato molte polemiche, che sono divampate dopo l'assoluzione del difensore da parte del Giudice Sportivo, che non ha trovato nessuna prova sufficientemente valida per squalificare il giocatore per frasi razziste. A parlare dell'episodio ci ha pensato il difensore dell'Inter, che ha spiegato l'accaduto al Corriere della Sera.

"Non si può dare del razzista per un malinteso"

"Sono triste e dispiaciuto: è una vicenda in cui abbiamo perso tutti. Quando sono stato assolto, ho visto le persone attorno a me reagire come se fossi uscito dopo dieci anni di galera" - ha spiegato Acerbi. Poi ha proseguito: "Non ho nulla contro Juan Jesus, anzi sono molto dispiaciuto anche per lui. Ma non si può dare del razzista a una persona per una parola malintesa nella concitazione del gioco. E non si può continuare a farlo anche dopo l'assoluzione. Sono triste per come ci hanno marciato tutti sopra senza sapere niente. Ho percepito un grandissimo accanimento, come se avessi ammazzato qualcuno".  

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"Così è tutto condannabile, anche gli insulti ai serbi e alle madri"

Acerbi ha poi proseguito facendo riferimento a ciò che solitamente succede in campo, dando un po' l'impressione di relativizzare la questione e di non aver compreso del tutto la portata del problema: "Zona franca? Non dovrebbe esserlo. Se l’arbitro dovesse scrivere con carta e penna tutto quello che sente, dovrebbe correre con lo zaino. Però finisce sempre lì, altrimenti diventa tutto condannabile, anche gli insulti ai serbi, agli italiani, alle madri".

Poi ha aggiunto: "Non sono una persona razzista: il mio idolo era George Weah e quando mi fu trovato il tumore ricevetti una telefonata a sorpresa da lui che ancora oggi mi emoziona. Si sta solo umiliando una persona, massacrando e minacciando la sua famiglia, ma per che cosa? Per una cosa che era finita lì e nella quale la discriminazione razziale non c’entra nulla".

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"Il cancro in confronto è stato una passeggiata"

"Se è stato più complicato gestire questa vicenda rispetto alla malattia? Non c’è paragone, il cancro in confronto è stato una passeggiata, non ho avuto paura. Invece l’accanimento atroce che ho visto nei miei confronti in questi giorni mi ha ferito. Ho fatto tanto per togliermi l’etichetta di ruspante che avevo quando ero più giovane e diventare un esempio di costanza e professionalità e ho rischiato di perdere tutto in un attimo" - ha spiegato Acerbi.

Poi ha concluso: "Se ho temuto per la fine della carriera? Poteva succedere qualunque cosa: sarei stato finito non come calciatore, che mi interessa fino a un certo punto, ma come uomo. Tutti avevano già emesso la sentenza prima ancora che uscisse. E per tanti sono razzista anche adesso: sinceramente non ci sto, le gogne mediatiche non vanno bene e soprattutto non servono per risolvere un problema come quello del razzismo che sicuramente esiste. E che non intendo sminuire nemmeno un po’: voglio che sia chiaro".

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"Così è tutto condannabile, anche gli insulti ai serbi e alle madri"

Acerbi ha poi proseguito facendo riferimento a ciò che solitamente succede in campo, dando un po' l'impressione di relativizzare la questione e di non aver compreso del tutto la portata del problema: "Zona franca? Non dovrebbe esserlo. Se l’arbitro dovesse scrivere con carta e penna tutto quello che sente, dovrebbe correre con lo zaino. Però finisce sempre lì, altrimenti diventa tutto condannabile, anche gli insulti ai serbi, agli italiani, alle madri".

Poi ha aggiunto: "Non sono una persona razzista: il mio idolo era George Weah e quando mi fu trovato il tumore ricevetti una telefonata a sorpresa da lui che ancora oggi mi emoziona. Si sta solo umiliando una persona, massacrando e minacciando la sua famiglia, ma per che cosa? Per una cosa che era finita lì e nella quale la discriminazione razziale non c’entra nulla".

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