Magnini, vent’anni di storia da salvare 

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La rabbia dell’ex nuotatore per la richiesta di squalifica per 8 anni della procura antidoping: «La mia anima ribolle, indagine vergognosa»

TORINO – A freddo il baratro è ancora più profondo. Gli otto anni di squalifica, per Filippo Magnini, richiesti dalla Procura antidoping sono un pugno nello stomaco che raggiunge un po’ tutti. Non solo l’uomo con la sua immagine e la sua storia da difendere, vent’anni di carriera che fino all’altro ieri erano un vanto e oggi sono un’isola spoglia battuta da un vento gelido. Gli otto anni richiesti sono un pugno al “sistema” Italia. Come ha detto Giovanni Malagò, presidente del Coni: «Non commento ma è una richiesta, non una sentenza». E questo è il punto da cui dovremo partire tutti nei prossimi mesi mentre il soldato Magnini lotterà per la sua “salvezza”.

LA RABBIA - Ieri è esplosa la rabbia del velocista pesarese che ha affidato ad Instagram la sua dichiarazione di innocenza: «La mia anima ribolle perché questa indagine è vergognosa, e perché la conclusione, che la Procura antidoping ha fatto propria su fatti che ho circostanziatamente smentito e ri-smentito, è l’essenza dell’ingiustizia più evidente. Mai prima, in 20 anni di carriera sportiva ai massimi livelli, era mai comparso il binomio Magnini-doping se non per, e nelle, mille battaglie contro il doping alle quali ho prestato la mia immagine e la mia anima».

LA SVOLTA - L’ex azzurro era stato interrogato il 30 ottobre. Sette mesi dopo, con il nuovo Procuratore capo di Nado Italia, Pierfilippo Laviani, la posizione di Magnini si è aggravata dopo un nuovo interrogatorio, avvenuto l’11 aprile, quando alle precedenti contestazioni se ne è aggiunta una terza violazione (somministrazione o tentata somministrazione di sostanza vietata, articolo 2.8 del codice Wada). Ora Magnini e l’ex compagno di Nazionale Michele Santucci, cui è contestata la violazione solo del punto 2.2 del codice, saranno giudicati non prima di settembre. Difficile esprimere pareri oggi. Si conosce l’entità del faldone messo insieme dalla Procura (duemila pagine di intercettazioni) ma non si conosce il contenuto di quelle intercettazioni. Inutile commentare, non lo fanno nemmeno i legali dei due atleti che chiedono di leggere e capire il deferimento prima di pronunciarsi.

IMPRESSIONI - La vicenda Magnini, oggi in assenza di elementi certi su cui fondare delle riflessioni, spinge a considerazioni viscerali che forse verranno spazzate via il giorno in cui si potranno conoscere meglio gli elementi su cui si è basata la Procura. Da una parte torna alla memoria la vicenda di Enzo Tortora, l’uomo di spettacolo ingiustamente detenuto che è diventato il manifesto dell’abbaglio giudiziario. Le vicende sono completamente differenti ma Magnini oggi può dire di essere stato trattato da “mostro” per lunghi mesi. Per un innocente anche un giorno da “mostro” è un trauma indescrivibile. Dall’altra parte viene spontaneo immaginare che la Procura antidoping abbia collezionato duemila pagine di intercettazioni ponderando i suoi passi. E allora quello che potrebbe emergere è un mondo in cui si parla con troppa disinvoltura di sostanze così così, in cui si frequentano con troppa disinvoltura medici così così, in cui si sta troppo sul margine. Salvare il soldato Magnini servirà a salvare 20 anni di carriera e di nuoto italiano. Ma basterà per cambiare una certa cultura del sistema Italia?

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