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Bebe Vio: «La parola impossibile non esiste»

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© LaPresse
È un portento di carattere, determinazione ed energia positività. La schermitrice italiana più amata si racconta e conquista tutti con il suo sorriso e la sua gioia di vivere

Bebe Vio, diciannove anni di energia, ha vinto a settembre la medaglia d’oro alle Paralimpiadi di Rio 2016, prima schermitrice al mondo a gareggiare con quattro protesi artificiali, alle braccia e alle gambe. È riuscita anche a farsi scattare un selfie direttamente dal Presidente Obama, nonostante i divieti del protocollo. La sua è una storia incredibilmente credibile, unica eppure fortemente rappresentativa delle vicende di tanti giovani italiani come lei, che non si arrendono ai problemi e li trasformano in punti di partenza per arrivare ad amare la vita. A cinque anni Bebe era già una promessa della scherma. Nel 2008, a 11 anni, ha dovuto subire prima l’amputazione degli avambracci e poi quella delle gambe a causa delle necrosi provocate da una meningite fulminante. Non si è mai arresa. Sua mamma ricorda che già da bambina diceva: «Io posso fare tutto quello che io voglio fare». Detto e fatto. Sostenuta dalla sua famiglia, Bebe si è fatta costruire protesi adatte per riprendere a vivere e a tirare di scherma. Insieme, nel 2009, hanno fondato un’Associazione, “art4sport”, per fare vivere lo sport ad altri bambini amputati: da soli si può anche essere speciali, però insieme si è sempre più forti.

 

Torniamo con l’immaginazione a Rio 2016. Alla fine della premiazione si + alzata dalla carrozzina e ha fatto una lunga corsa per abbracciare la sua famiglia: sembrava davvero che volasse… Che emozioni ha provato in quel minuto di corsa?

«Un mix di emozioni difficile da descrivere. Ma, forse, quella più grande è stata la gioia! Avevo un mega sorrisone stampato in faccia e credo che questo basti per spiegare le emozioni di quel momento! La mia è stata una vittoria di “squadra”, la famiglia è la mia prima squadra e quindi non vedevo l’ora di andare ad abbracciarla». 

 

Proprio il suo sorriso è contagioso, colpisce chiunque la incontri. Cosa ci vuole per realizzare il proprio sogno ed esserne felici?

«Io dico che ci vuole soprattutto tanta passione. Logicamente alle spalle hai bisogno di avere anche un grande team che ti sostenga e ti aiuti… e questo è proprio il mio caso! Senza il mio meraviglioso team non avrei potuto raggiungere tutti gli obiettivi che ho conquistato!».

 

A proposito di conquiste, ha fatto anche da portabandiera dell’Italia alla fine delle Paralimpiadi: vuol dire che un intero movimento si riconosce in lei. Come si sente, in questo ruolo di portabandiera dell’Italia, che nell’ottobre 2016 l’ha portata anche dal Presidente Obama?

«Essere scelta come portabandiera dal Presidente del CIP, Luca Pancalli, è stato un grandissimo onore, soprattutto perché alla Cerimonia di apertura la portabandiera era stata Martina Caironi, che ammiro molto! In veste di portabandiera ho avuto anche l’opportunità di riconsegnare il Tricolore al Presidente della Repubblica, anche quella è stata un’emozione indescrivibile. Sono orgogliosa di aver avuto queste possibilità e cerco di rappresentare sempre nel modo migliore il mio Paese».

 

Come è nato il suo rapporto con la scherma?

«Quando a 5 anni sono entrata in palestra, ho visto tanti Zorro bianchi e sentito il tintinnare delle lame che si incrociavano. È stato amore a prima vista. Un amore che dura ancora e niente può distruggere».

 

Ci sono tre parole con cui disegnare questo suo grande amore?

«Molto difficile sceglierne tre anche perché la scherma mi lascia davvero senza parole, non riesco a descrivere tutte le emozioni che mi dà. Forse tre parole potrebbero essere: concentrazione, determinazione ed energia».

 

Qual è il segreto della sua determinazione?

«La mia forza e determinazione la trovo nelle mie tante “famiglie” che mi supportano in tutto: la famiglia di sangue, la famiglia della scherma, la famiglia di “art4sport”, la nostra associazione».

 

C’è una frase che si ripete spesso, un pensiero che la sveglia ogni mattina?

«Bè, il mio motto è: “La vita è una figata!”. Non c’è niente di più bello della vita, bisogna ricordarsi sempre che a tutto c’è una soluzione, non bisogna arrendersi mai!».

 

Appunto: uno apre il suo sito e si trova scritta in grande quanto è bella la vita. Le capita mai di essere triste?

«Visto il rischio che ho corso e visto che sono qui, non potrei mai essere triste, diciamo che è un dovere verso la vita!».

 

Per arrivare fino a qui, ha attraversato una malattia prepotente, ed era piccolina: che rapporto ha con la malattia, adesso?

«Ci sto attenta ma neanche più di tanto, non sono di certo diventata una persona ipocondriaca».

 

Tra le parti importanti della sua vita c’è “art4sport”: qual è il valore di un’Associazione? Qual è l’ala in più che offre?

«Art4sport, come anche AISM e molte altre Associazioni, mette in campo un sostegno concreto, è come una famiglia dove tutti siamo protagonisti. Ed è questo il valore più importante. Visitando il vostro sito, ho letto che credete in «una buona qualità della vita e in una piena integrazione e inclusione sociale»: è quello in cui crede e per cui lavora anche “art4sport”, logicamente in un ambito differente. La nostra Associazione crede nello sport come terapia per bambini e ragazzi che hanno protesi di arto; sostiene sia loro che le relative famiglie, economicamente e a livello pratico-organizzativo, nella realizzazione dei loro sogni sportivi. Contiamo di accompagnare qualcuno di loro fino… alle prossime Paralimpiadi!».

 

Dopo averlo sperimentato da vicino, come vede oggi il mondo della disabilità in Italia?

«C’è ancora del lavoro da fare ma siamo sulla buona strada e questo si può notare anche della visibilità che è stata data alle Paralimpiadi di Rio 2016. Purtroppo c’è questo prefisso “dis” che spesso è troppo ridondante in molti aspetti della vita quotidiana. “Art4sport” cerca di abbattere tutte le barriere, fisiche e soprattutto mentali. Ognuno di noi può contribuire anche solo con un piccolo passo a cambiare il mondo!».

 

Su YouTube si trova un video in cui guarda, su splendide scarpe col tacco, il ritratto che le ha dedicato Minia Milik. Anche Anne Geddes l’ha fotografata per una campagna a favore delle vaccinazioni contro la meningite. Quando ti guardi in questi scatti, che Bebe vede? Le piace?

«Vedo Bebe, sempre la stessa! Mi piaccio perché questa sono io e non cambierei nulla. Molto spesso quando sono ospite in programmi televisivi capita che mi vogliano riempire la faccia di fondotinta per coprire le cicatrici ma io non voglio. Io sono così, perché dovrei coprirle?».

 

Tratto da SM Italia 5/2016