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Sara Morganti: «Lo sport aiuta a credere in sé stessi»

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La grande passione per l'equitazione e Londra 2012: la campionessa di dressage della nazionale paralimpica italiana racconta la sua storia e il suo sogno

Ci sono delle notizie che distruggono tutte le certezze di una vita, tutto crolla in un attimo, niente è più sicuro e improvvisamente viene voglia di mollare tutto. Questo è quello che ha pensato Sara quando a 19 anni è arrivata la diagnosi di sclerosi multipla. Sara ha sempre avuto una passione - l’equitazione - e un sogno, partecipare alle Olimpiadi. Si è preparata tanto, ma per un attimo ha temuto di non poter neanche provare a realizzarlo questo sogno. Ma è proprio quando tutto sembra crollare che Sara Morganti - classe 1976, nata a Castelnuovo Garfagnana - reagisce, e rimane in sella con tenacia fino a realizzare il suo sogno: a Londra 2012 è stata una delle atlete di punta della nazionale paralimpica italiana arrivando al quarto posto nella sua disciplina.

 

Come è arrivata la diagnosi?
«Intorno ai 19 anni ho avuto una diplopia. Dopo un mese, periodo in cui i medici capivano molto poco di quanto mi stesse accadendo, ho fatto la Risonanza Magnetica. Mentre attendevo il risultato pensavo che si trattasse di un tumore al cervello. Ero talmente spaventata che per alcuni giorni non ho voluto sapere l’esito dell’esame. Quando mi sono sentita più in grado di sopportare il risultato, qualsiasi esso fosse, mi hanno comunicato la diagnosi di sclerosi multipla».

 

Come ha reagito?
«Per più di due anni non ne ho parlato con nessuno, mi sono sentita preda di un vortice che stava cancellando lentamente la mia vita. Pensavo che tutti i miei sogni, tra cui quello di partecipare alle Olimpiadi, si sarebbero sbriciolati. È stato per questo carico di profonda disperazione che decisi di abbandonare quanto più mi rendeva felice: l’equitazione. Saltare gli ostacoli era diventato impensabile, la gestione del cavallo troppo faticosa, sono arrivata a non frequentare più l’ambiente, di lasciar perdere tutto. Nel 1997 i sintomi sono peggiorati, ho avuto un vero e proprio tracollo fisico mentre svolgevo un percorso riabilitativo. Ecco, in quel preciso istante, ho pensato che se fossi finita su una sedia a rotelle non avrei più desiderato vivere». 

 

Come si è tirata fuori da quel momento?
«Ero così presa da quanto mi stava accadendo, che non mi ero accorta del cerchio d’amore che si stava creando intorno a me, composto dalle persone della mia famiglia e da quello che sarebbe diventato mio marito. Per cui – paradossalmente - in un momento così triste ho ritrovato le forze che mi avevano abbandonato e ho scoperto che si può far tutto, tralasciando il sintomo della fatica e i problemi motori. Un aspetto eccezionale delle persone della mia famiglia è il loro straordinario equilibrio nella preoccupazione. Mia madre ad esempio, mi ha sempre sostenuta ma ha anche saputo guardarmi da lontano, senza proteggermi troppo, lasciandomi vivere le mie esperienze. Stefano, mio marito, mi è sempre stato vicino, siamo sposati da quattordici anni. La SM non mi ha fermata, e non parlo solo della mia attività agonistica. Ho preso la patente, continuo a lavorare e mi sono laureata in Lingue e letterature straniere».

 

Cosa è cambiato nel suo allenamento approccio all'equitazione?
«La mia pratica sportiva è quotidiana, purtroppo quando mi capita di non poter fare esercizio per un giorno faccio molta più fatica a riprendere l’allenamento. Sono fortunata perché il mio cavallo (Royal Delight) ha un passo bellissimo, siamo in assoluta sintonia. Devo dire che non ho cambiato quasi nulla nel mio allenamento».

 

Quali indicazioni si sente di dare a una persona con SM che volesse provare a praticare uno sport equestre? 
«Io sono seguita da un istruttore per “normodotati”, con il quale ho un dialogo continuo durante l’allenamento per avere suggerimenti su come modificare le mie abilità e quindi far compiere al cavallo quanto l’esercizio richiede. Una persona con SM può montare a cavallo, ma attualmente temo che non ci siano molti centri in cui gli istruttori vengono formati su questa patologia; nello specifico: mi auguro che in futuro ci possa essere più attenzione alla formazione degli istruttori per consentire alle persone con SM di avvicinarsi con più tranquillità a questo sport. La federazione (FISE) si sta impegnando molto nella formazione dei tecnici federali, e anche a me piacerebbe diventare un giorno un tecnico paralimpico. Un progetto a cui tengo è incrementare la conoscenza da parte dei tecnici federali degli ausilii che possono essere ammessi in gara (es. briglie particolari per avere maggiore grip, elastici per mantenere il piede in posizione nella staffa). Non solo, l’equitazione - soprattutto quella non agonistica - non è uno sport elitario. Richiede uno sforzo economico nel momento in cui si decide di intraprendere una carriera agonistica, che significa acquistare e mantenere un cavallo e partecipare alle gare a livello internazionale».

 

Quanto praticare uno sport aiuta credere in sé stessi, prima ancora di essere persone con SM?
«Ci sono stati momenti della mia vita in cui mi sono sentita molto giù. Lo sport - penso valga per tutti - aiuta a credere in se stessi, a spostare l’attenzione dalla propria situazione personale a ciò che ci circonda. L’equitazione ti mette in relazione con il tuo cavallo, che diventa un prolungamento di te stesso, e non hai tempo di concentrarti su quello che non funziona di te, hai altro a cui pensare, come ad esempio restare in sella!».

 

Che cosa significa vincere?   
«Per me significa fare meglio di quanto ho fatto prima, non significa necessariamente fare meglio degli altri».